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L'America di William Faulkner

Il 25 settembre 1897 nasceva in una cittadina del Mississipi William Cuthbert Faulkner, nato Falkner, premio Nobel della Letteratura nel 1949 e ritenuto da molti uno dei più grandi scrittori americani. 

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120 anni dopo la sua nascita, rimangono di Faulkner, non solo le immortali pagine scritte dei suoi romanzi e le tante sceneggiature tradotte in immagini da famosi registi di  Hollywood. Rimane, come immutato nei secoli, il racconto e lo svelamento di quell’America di provincia, con le sue contraddizioni, divisa tra saghe familiari, religione, peccati, redenzione, razzismo e fede nell’uomo. Senza William Faulkner non sarebbero esistiti scrittori contemporanei come Cormac McCarthydeLa strada e Non è un paese per vecchi o visioni come quella della famosa serie True Detective o dei registi David Lynch e fratelli Cohen, per citarne solo alcune.

Tanti gli scrittori debitori alla penna di New Albany. Primo fra tutti un altro premio Nobel, Gabriel Garcia Marquez, il quale ammise che senza  Yoknapatawpha (il luogo immaginario nello stato del Mississippi in cui Faulkner ambienta le sue storie) non sarebbe mai esistita la sua Macondo.

Un autore che ha raccontato l’America più profonda essendo il meno americano degli scrittori, per stile narrativo e sensibilità paragonato a celebri europei come James Joyce, Virginia Woolf e Marcel Proust.Se si conoscono questi ultimi, si capirà subito che la scrittura di Faulkner non è di facile lettura. Anche lui fece proprio il flusso di coscienza e la destrutturazione narrativo-temporale tipica dei romanzi psicologici di inizio novecento.

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Tra i suoi romanzi più famosi, ricordiamo L'urlo e il furore (1929), Mentre morivo (1930), Luce d'agosto (1932), Gli invitti (1938) e Assalonne, Assalonne! (1936). Durante gli anni '30, Faulkner scrisse  Santuario, considerato forse il primo romanzo "pulp" (pubblicato per la prima volta nel 1931).
Faulkner è stato anche un apprezzato autore di romanzi polizieschi.
Come molti, Faulkner non ebbe successo come scrittore in vita e la sua reale fonte di guadagno gli veniva dalla professione di sceneggiatore,  in particolare per il regista premio Oscar Howard Hawks (suoi sono i copioni del Grande sonno di Raymond Chandler e di Avere e non avere di Ernest Hemingway).
L'ultima parte della sua vita fu condizionata da un grave problema di alcolismo che non gli impedì tuttavia di presenziare all'assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura e di pronunciare uno dei discorsi più significativi mai ascoltati in tale occasione.

Faulkner volle devolvere il proprio premio per la costituzione di un fondo che avesse come scopo quello di aiutare ed incoraggiare nuovi talenti letterari.
Morì a sessantaquattro anni, il 16 luglio 1962, ad Oxford, Mississippi, debilitato dall’alcol e dalle frequenti cadute da cavallo, sua altra grande passione.

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Vogliamo ricordarlo con un estratto dal discorso tenuto a Stoccolma il 10 dicembre 1950 in occasione della consegna del Nobel: 
Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo, è fin troppo facile dire che l’uomo è immortale perché destinato a resistere: che quando l’ultimo din don del giudizio universale risuonerà svanendo dall’ultima inutile rupe sporgentesi sull’assenza di mare, nell’ultima sera rossa e morente, anche allora un suono resterà: quello della sua flebile ma inesausta voce che continua a parlare. Mi rifiuto di accettarlo. Io credo che l’uomo non si limiterà a resistere: egli prevarrà. Egli è immortale, non perché solo tra tutte le creature ha una voce che non si esaurisce, ma perché ha un’anima, uno spirito capace di compassione, di sacrificio e di resistenza. Il compito del poeta, dello scrittore, è di scrivere di queste cose”.
 

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