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Ero una ragazza da bagaglio a mano. A volte nemmeno quello. A volte mi bastava una borsa un po’ più grande, in cui infilavo un paio di cambi di intimo, una maglietta, un pantaloncino e le infradito.
Ero una di quelle che le code all’imbarco le evitava come la peste. Come tutte le viaggiatrici incallite, conoscevo il piacere di arrivare all’ultimo momento, spesso unica passeggera del bus che portava all’areo, agile e sottile a passare tra i posti come il mio bagaglio e come i miei pensieri.

Poi è arrivato il primo figlio. E la valigia. Quella grande, rigida, con le ruote, quella da spedire, stracolma di vestitini, libricini, giochini, pannolini. Più il bagaglio a mano, perché devi metterci il cambietto, la pappina, altri pannolini, altri giochini. Più il passeggino da smontare e spedire. E le corse da una parte all’altra dell’aeroporto, perché il passeggino, chissà perché, non arrivava mai sul nastro della valigia. E le file davanti all’imbarco perché non si poteva rischiare di dover imbarcare il bagaglio a mano e, se anche le famiglie con bambini hanno la precedenza, se ci sono venti famiglie con bambini la fila ti tocca comunque.
La ragazza col bagaglio a mano si è trasformata in una mamma con valigione, valigetta, borsone, borsetta, passeggino e leggera crisi di nervi.

In tutto questo, direte voi, ci sarà stato un marito. Uno con cui condividere il peso della valigia. Uno con cui imbarcare, soppesare, spedire. Un marito c’era, in effetti. Ma lui, lui sì, lui era rimasto un ragazzo col bagaglio a mano. Lui, con la sua borsa di tela morbida e leggera e lo sguardo perplesso. Lui, che alla fila all’imbarco era tentato di far finta di non conoscerci. Peccato solo che il mio primogenito fosse il suo clone in miniatura, quindi non poteva passarla liscia. Col tempo riuscimmo io a rassegnarmi e lui ad adattarsi. Finché non arrivò il vero cataclisma. Il secondogenito.

Col secondogenito il numero di bagagli salì esponenzialmente, insieme alla mia nevrosi. La leggera crisi di nervi si trasformò in sindrome ansioso depressiva da valigia. Decisi di correre ai ripari. Ricordo ancora la soddisfazione quando mi fu recapitato a casa il passeggino nuovo di zecca, quello che entrava nella cappelliera dell’aereo. Fu la svolta. Alla prima partenza, arrivai baldanzosa al check in, osservando lo sguardo della hostess che si posava su di me, poi sul passeggino, poi di nuovo su di me in un misto di ammirazione e sorellanza passegginesca. Lei lo aveva riconosciuto. Lei sapeva. Lei mi guardava col rispetto che si riserva alle donne Alfa. Quelle col passeggino da cappelliera. Passai con nonchalance ai controlli, piegavo e riaprivo quel passeggino con la sicumera di chi la sa lunga. Gli addetti guardavano composti, qualcuno senza scomporsi, la maggior parte incuriositi. Mio marito, soddisfatto di quella ritrovata agilità, si spinse dove mai si era spinto prima: mi prese il passeggino dalle mani e avanzò spedito all’ingresso dell’aereo. Lo guardavo stupita e compiaciuta, stringendo la mano del primogenito seienne. Ero quasi commossa, ecco.
Poi accadde. Un uomo alto e grosso si parò davanti a mio marito all’ingresso dell’aereo e gli fece cenno di consegnare il passeggino. Mio marito esitò, poi si piegò sul bambino e fece per slacciarlo. Fu un attimo, e mi ritrovai a correre quei dieci metri che Usain Bolt in confronto era un bradipo. Arrivai in scivolata gridando “E’ uno Yoyoooooooooooooo”, tra lo sguardo attonito dell’addetto e quello sconvolto e sconsolato di mio marito. “Va nella cappelliera, è un bagaglio a mano, può salire sull’aereo lei non può portarcelo viaaaaaaa!”.
Sottrassi il passeggino dalle mani di mio marito e mi diressi come un bersagliere verso l’ingresso dell’aeromobile. L’addetto alzò le mani, guardò mio marito, poi me, ansimante e rabbiosa, poi di nuovo mio marito e disse: “Anche la mia è diventata così”.
La frase mi colpì come un petardo, ma era troppo tardi per tornare indietro.

Solidarietà maschile, la chiamano loro.
Come trasformare una donna in Blanca di Street Fighter, lo chiamo io.
Ma si sa. I papà vengono da Marte, le mamme da Venere. E lo sa bene Alberto Pellai che ci ha scritto un libro.
Leggetelo la prossima volta che sarete com vostro marito in fila al gate dell’aeroporto. Tranquille, non dovete portarvi anche quest’altro ingombro, con TIMREADING per leggere basta lo smartphone,  in streaming  e senza consumare giga ;-).

Parola di mamma.

 

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