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Intervista esclusiva ad Antonella Lattanzi, autrice di Una storia nera e sceneggiatrice di Fiore e 2Night

Antonella Lattanzi è una delle voci più interessanti della letteratura italiana dell’ultimo decennio. Ha esordito nel 2010 con Devozione, pubblicato da Einaudi Stile libero e subito diventato caso letterario, per il tema difficile e apparentemente fuori tempo della tossicodipendenza e soprattutto per la lingua: ricchissima, calibrata tra vari registri e fluviale. I due protagonisti, giovani schiavi dell’eroina, rapiscono una ricca coetanea per procurarsi con il riscatto i soldi per comprare la roba. Ma il romanzo è molto più di un thriller, è un ritratto profondo della degradazione e dell’amore. Nel secondo romanzo, Prima che tu mi tradisca, la Storia si intreccia alle storie di una famiglia barese, funestata dalla sparizione di una delle figlie. Nel romanzo da poco uscito per Mondadori, Una storia nera, tornano i temi dei rapporti familiari e della scomparsa. A scomparire qui è un marito e padre violento, ma la vicenda è ben diversa da quelle che si leggono purtroppo quasi quotidianamente in cronaca. Perché la letteratura può andare al di là della cronaca per svelare una rete di rapporti e personaggi sfaccettati e non univoci. La capacità di tratteggiare trame coinvolgenti, dialoghi realistici e personaggi di spessore si ritrova anche nelle sceneggiature della Lattanzi, che ha lavorato a Fiore, di Claudio Giovannesi e a 2Night di Ivan Silvestrini, appena uscito nelle sale. Dato che la lettura è l’altra faccia della scrittura, le abbiamo chiesto cosa e come legge.

Scrivere è anche leggersi e rileggersi. Come rileggi i tuoi lavori? E hai letto i tuoi romanzi dopo che erano diventati libri e ebook?

Una volta che un libro è pubblicato, non lo rileggo più. Non mi piace il culto di se stessi, e in ogni caso se rileggessi troverei mille cose da migliorare, rivedere, riscrivere… per sempre. Quando scrivo, invece, rileggo prima a pezzi sul computer, poi, quando ho fatto le correzioni sul computer, stampo il testo e lo correggo a mano; mi sembra di avere maggiore lucidità, come fosse uno scritto di qualcun altro. 

Nel film Fiore i due protagonisti, detenuti in un carcere minorile, comunicano e si innamorano scrivendosi lettere e bigliettini. Che piega avrebbe preso la storia se i due avessero potuto scriversi via chat?

La chat è molto meno romantica di una lettera, e molto più stringata. Le lettere – cartacee – tra i due protagonisti avrebbero potuto essere infinite e avrebbero raggiunto lo stesso il loro scopo. La chat è uno strumento di servizio in cui non contano le parole, le lettere sono un esercizio sentimentale. Se fossero state chat non avrebbero avuto, secondo me, lo stesso impatto emotivo sugli attori stessi, e poi sul pubblico. 

Questa rubrica si intitola Sono quindi leggo. Come ti immagini che siano i tuoi lettori mentre leggono i tuoi romanzi?

Oddio, difficilissimo, non li immagino diversi a seconda dei tre romanzi. Sono sempre io, con la mia voce, certamente con stili e linguaggi molto differenti, ma sempre io. Forse Una storia nera, il mio ultimo romanzo, può raggiungere un pubblico più vasto rispetto agli altri due, cosa che sta succedendo. Ma il lettore me lo immagino da solo, non vedo la sua faccia, vedo gli occhi che scorrono sulla pagina, le mani che stringono il romanzo. 

E tu, sei Antonella Lattanzi quindi leggi...?

Leggo tanto e differenziato. Passato e presente, narrativa pura e libri di genere. Per esempio amo Sotto il vulcano di Lowry ma pure Il cartello di Winslow, La camera azzurra di Simenon e Madame Bovary di Flaubert, Una questione privata di Fenoglio e La dalia nera di Ellroy, It di King e Delitto e castigo di Dostoevskij… Mi piace sperimentare, e soprattutto perdermi nei libri come se la realtà non esistesse. 

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