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Tre uomini in barca di Jerome K. Jerome

Mi sveglio in una luccicante mattina di maggio, ma dal primo istante tutto va male: stiracchiandomi urto la lampada sul comodino, che cade e si rompe. Mi ferisco un piede con il vetro della lampadina, ma prima di tutto mi preparo un caffè. Peccato che mentre mi medico la piccola ferita la bevanda inondi il fornello e il manico della moka cominci a sciogliersi creando una nube tossica in cucina. Finalmente riesco a uscire e corro a prendere l’autobus, ma l’attesa appare lunga. Alla fermata gli abbonati al mezzo pubblico hanno facce da funerale e a quel punto ho voglia di piangere anch’io.

Estraggo il mio smartphone per un’occhiata alle notizie: la prima domenica di maggio è la giornata mondiale della risata, leggo. Eh sì, una risata è quello che ci vorrebbe ora, ma cosa può farmi ridere quando tutto va storto?

Forse qualcosa c’è, un libro, vorrei una lettura più rilassante e delicata, come quelle battute da nonno che fanno ridere con leggerezza e parole desuete. Ci vorrebbe insomma un umorismo un po’ british, fatto di aneddoti buffi e personaggi grotteschi ma simpatici, come quello di Tre uomini in barca. Ecco il libro perfetto per risollevare una giornata no: un classico della letteratura umoristica inglese che ci porta in gita sul Tamigi con tre pigri signori ipocondriaci, di cui uno di 110 chili, e un foxterrier tutto pepe di nome Montmorency. Se chiudo gli occhi e mi immagino questo gruppetto scivolare sulle acque del Tamigi, tra borghi in pietra, scaramucce, tazze di tè e cicchetti di Scotch, già mi torna il buonumore. 

Scritto da Jerome K. Jerome nel 1889, Tre uomini in barca (per non parlare del cane) doveva essere una guida turistica pubblicata a puntate su una rivista. Il direttore della rivista decise presto di tagliare le parti descrittive e nozionistiche, piuttosto noiose, perché la forza del racconto erano gli esilaranti dialoghi tra i personaggi e le tante divagazioni, tra ricordi e sagge considerazioni, che si avvicendano nella mente del protagonista. Con i suoi quasi 130 anni, Tre uomini in barca regge benissimo allo scorrere del tempo, perché l’indole umana e quella canina, esplorate nei loro lati più comici, non sono mutate affatto: Montmorency non sopporta i gatti, George, Harris e Jerome non fanno che pensare al cibo e le previsioni del tempo per il fine settimana danno sempre pioggia. 

Il bello di questo libro è che lo si può leggere anche in modo disordinato, la trama è un pretesto che sorregge una carrellata di aneddoti e quadretti uno più divertente dell’altro. Nella mia giornata no, mentre attendo l’autobus, mi leggo della rissa tra cani di varie razze e taglie in attesa delle loro padrone che fanno acquisti nei grandi magazzini di Haymarket, un pandemonio scatenato da un foxterrier dall’aspetto angelico che azzanna senza alcun motivo il volpino che gli sonnecchia accanto.

Il segreto del successo di questo classico secondo l’autore? Fu scritto «con un felice stato d’animo». Ed è un felice stato d’animo che regala ancora oggi a chi lo legge. 

 

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